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Sei qui:Home » Archivio » Riso: più superficie, stessi problemi
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Riso: più superficie, stessi problemi

01/01/20002 Mins Read
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Dopo anni di continua riduzione della superficie coltivata, nel 2015 la tendenza si potrebbe invertire. L’Ente nazionale risi prevede 500 ettari in più. Gli operatori della filiera risicola, più ottimisti, alzano la stima a 5.000 ettari in aggiunta ai 220.000 dell’anno passato. Previsioni che sono confermate dalle prenotazioni di seme da parte degli agricoltori. Risi a granello più grosso in forte ascesa, con consolidamento per quelli a granello tondo e invece ridimensionamento dei risi Indica, a granello sottile e cristallino, che pagano ancora una volta la concorrenza dei Paesi asiatici.

Alcuni agricoltori  pensano di tornare al riso dopo essere passati negli anni scorsi al mais, perché il prezzo del mais è in caduta libera. Il ritorno al riso è anche determinato dall’evoluzione favorevole del cambio euro-dollaro che favorisce le esportazioni al di fuori dell’Eurozona.

In questo momento l’andamento del mercato del riso è soddisfacente. “A fine maggio potremmo restare con i magazzini vuoti – afferma Giovanni Daghetta, a capo del Gruppo consultivo riso Ue -. L’annata sta andando al di là delle previsioni: al 28 aprile era già stato venduto l’82,91% della disponibilità, ovvero un milione 151 mila 841 tonnellate: un anno fa le vendite erano a quota 71,3% del totale (anche se la produzione era stata superiore)”. Ma non è detto che nel medio e lungo periodo non si ripresentino situazioni di estrema difficoltà come quelle vissute nelle ultime campagne.

Sul mercato del riso incombono come una spada di Damocle le importazioni di riso a dazio zero dalla Cambogia. Gli esponenti della produzione e del Governo cambogiano, nel corso di un incontro con i rappresentanti dell’Ue lo scorso febbraio, hanno garantito che non intendono rafforzare le loro esportazioni sui mercati europei, ma per le produzioni risicole italiane le importazioni di riso dalla Cambogia e dal Myanmar rappresentano sempre un forte rischio.

Metà del riso che esportiamo è della varietà “Lungo B”, che non serve per i risotti, ma solo per i contorni. Nel Nord Europa si usa il riso soprattutto a questo scopo, badando poco alla qualità e molto al basso prezzo. Perciò il riso cambogiano e quello birmano che entrano nell’Ue senza dazio sottraggono il mercato al “Lungo B” di produzione italiana.

Insomma, in questo momento ci sono ancora poche ragioni per essere ottimisti. La situazione del comparto resta problematica.

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